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Le AI hanno cambiato le regole del gioco digitale. La nostra comunicazione, le nostre strategie ormai devono tenere conto anche di loro.

Non è più soltanto cosa diciamo noi del nostro business, ma anche quello che i modelli linguistici dicono di noi.

A questo dobbiamo aggiungere che da utenti non cerchiamo più risposte tra i risultati dei motori ma sono questi modelli a generarle per noi (non sempre vere).

Come conoscere e supervisionare questi strumenti incredibili, per renderli un alleato anziché un sostituto?

Non comprendono ma sintetizzano.

Le AI che generano testi utilizzano dei modelli linguistici che sono stati addestrati con una miriade di fonti. Hanno imparato le nostre parole, le nostre sequenze, i nostri contesti.

Prendono i nostri input, li spezzettano in token, li trasformano in numeri per analizzarli e poi ci danno indietro una risposta secondo dei dati, delle statistiche.

In sostanza cercano di prevedere una risposta probabile alla nostra domanda, anche improbabile.

Questo meccanismo non è sempre sinonimo di efficienza, tutt’altro. Per due motivi diversi.

Il primo è appunto che non generano verità ma soltanto probabilità.

Il secondo è qualcosa che non ci dicono quasi mai. Queste macchine possono allucinare, andare fuori strada ma darci comunque una risposta, anche sbagliata.

Accade quando perdono il contesto, i punti di riferimento ma, essendo state progettate per darci sempre e comunque dei risultati che sembrino veri e coerenti, possono dirci fandonie ma scritte bene.

A questo punto è soltanto la nostra competenza che può intercettare l’errore. Nei casi in cui invece non ci sia la conoscenza di un argomento, il rischio è quello di prendere per buone le informazioni ottenute e peggio ancora di riutilizzarle.

Possiamo fidarci quindi o no?

Sì, a patto di capire come funzionano e fin dove possiamo spingerci. A patto di supervisionare i risultati che affidiamo loro, senza delegare in modo del tutto automatico.

La sfida più interessante oggi, quando parliamo di intelligenza artificiale, non è combattere quest’evoluzione ma integrarla in maniera cosciente.

Appellarci a tutte quelle capacità umane che le macchine, sino a oggi, non sono ancora riuscite ad avere. La coscienza, l’intuizione, la creatività, ad esempio.

Sono quelle che ci permettono di non farci sopraffare né tantomeno sostituire.

Cosa cambia per i nostri business?

Due aspetti principalmente, uno quando siamo utenti, l’altro quando stiamo al timone del nostro progetto.

Lato strategia, stiamo passando dalla SEO alla GEO dove ”g” sta per generative, è l’ottimizzazione pensata per loro quindi, non più per i motori di ricerca.

Questo perché, come abbiamo già visto, non cerchiamo quasi più le risposte tra i link, i siti, i blog, ormai abbiamo le anteprime AI nei motori che ci rispondono. Leggiamo quelle e, nella maggior parte dei casi, ci basta così e chiudiamo.

Cosa significa questo?

1) L’obiettivo non è più ottimizzare soltanto per i motori ma anche per i modelli linguistici (LLM).

2) Monitoriamo cosa dicono i modelli di noi, per colmare eventuali gap e rivedere i nostri asset comunicativi.

Quando invece siamo noi a utilizzarle, per il brainstorming o per altre attività di supporto, supervisioniamo e rendiamole un alleato della nostra creatività, per arrivare lì dove non riusciamo noi, quando è necessario.

Per tutte quelle azioni che invece possiamo ancora fare noi, con i tempi necessari per farlo, valutiamo se valga davvero la pena ridurli o se invece, potrebbe essere controproducente (è stato testato come le nostre capacità cognitive diventino più pigre quando usiamo questi strumenti).

Il digitale è un mare che si muove continuamente e il nostro compito non è farci trasportare ma farci delle domande per capire quale corrente seguire.

A presto,

Claudia

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Sono consulente e formatrice di comunicazione e marketing digitale. Cosa possiamo fare insieme? Conosciamoci per dare una nuova direzione alla strategia del tuo business.


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